L'INCHIESTA ITALIANA
Assediati dall'amianto
costi alti, niente regole
Le bonifiche si bloccano. nelle città ancora 32 milioni di tonnellate da smaltire. La fibra killer si nasconde ovunque, dal vano ascensore alla caldaia, dai tubi alla cappa. Non solo operai a rischio fra le 3 mila vittime annue
di FABIO TONACCI e PAOLO BERIZZI
LE QUATTRO balle di lastre ondulate
sono pronte per il viaggio. A vederle così, saranno tre metri
per due, incapsulate dentro una museruola di cellophane
speciale, sembrano un grosso pacchetto regalo bianco: un po'
sbilenco perché comprimere i fogli di eternit uno sull'altro non
è proprio un inno alla geometria. Ci hanno appena spruzzato su
un collante rosso, per evitare la dispersione delle fibre
killer. "Questa roba va a Pomezia", nell'unico sito di
stoccaggio temporaneo del Lazio, dice Paolo, 41 anni, ex operaio
edile, oggi cacciatore di amianto. Tuta, guanti, mascherina.
Rimarranno lì pochi giorni. Poi via con i camion, Germania o
Francia. "Là l'amianto lo rendono inerte e lo riciclano - spiega
Davide Savelloni, proprietario di Assa, azienda romana
specializzata nella bonifica di eternit - . Ci fanno le strade.
In Italia al massimo si interra nelle poche discariche adatte.
Ma i costi sono alti. E ricadono sulle tasche del cittadino che
chiama. Quando presentiamo il preventivo, in tanti rinunciano".
La bonifica era iniziata così. Roma, condominio di via Fleming.
Centocinquanta metri quadrati di onduline da rimuovere. "Vede
quel tetto rosso lassù? E' di eternit. Vede la canna fumaria? È
di amianto. E sotto quel solaio lo vede il cassonetto per
l'acqua? Indovini un po'? Eternit". Porteranno via tutto, ed è
una notizia.
L'Italia, dati Cnr, "affonda" ancora dentro 32 milioni di
tonnellate di materiale contenente amianto. Cinquecento chili
per abitante. Due miliardi e mezzo di metri quadrati di
coperture in eternit. Immaginate una città di 60 mila abitanti
fatta di solo amianto. Una giungla di miliardi di fibre che,
sino a quando non verranno smaltite, costi e pastoie
burocratiche permettendo - è qui il punto - continueranno a
essere una bomba a tempo sulla quale l'Italia siede nemmeno
fosse sabbia tiepida. E intanto i morti d'amianto crescono: 3
mila vittime ogni anno per malattie correlate all'esposizione
all'asbesto. Milleduecento casi di mesotelioma, una forma letale
di cancro per il quale finora non è stata trovata una cura.
Benvenuti nel Paese che non riesce oppure non vuole smaltire
tutto l'amianto che, fino al '92, ha spalmato ovunque. Sulle
navi, sui treni, nelle fabbriche, nelle case, nelle palestre.
Persino tra le scuole e gli asili. Da Bagnoli a Monfalcone, una
firma indelebile. Ma chi si occupa della bonifica e dello
smaltimento? Perché, a quasi vent'anni dalla sua messa al bando,
è così complicato disinnescare l'amianto?
Chi "addomestica" la Bestia
Da qualche anno esistono i bonificatori della Bestia. Passano le
giornate sui tetti: tuta bianca usa e getta in Tywek, guanti
gialli, mascherina. Se non passeggiano sui solai con vecchie
onduline sotto braccio, li puoi incontrare nei garage, nelle
scuole, nelle mense aziendali. Oppure che armeggiano davanti a
qualche caldaia o si calano nei vani degli ascensori. Operai
specializzati nell'incapsulamento e la rimozione di Eternit e
manufatti pericolosi. "Ce n'è ovunque - racconta Paolo, al
volante del suo camioncino - è stato usato sui tetti, nei
cassoni per l'acqua, nelle tubature, nelle caldaie, nei
comignoli. Una volta ci ha chiamato una signora che dopo
vent'anni si era accorta che la cappa della cucina era
completamente in amianto. In un laboratorio scolastico abbiamo
rimosso dei macchinari su cui lavoravano gli studenti.
Addirittura l'amianto si trova spruzzato dietro gli intonaci di
appartamenti degli anni '60, per isolare le stanze". Cinque
dipendenti, una media di 3 interventi a settimana, è all'Assa
che lavora il nostro cacciatore. Ormai il suo occhio scova
amianto ovunque. Ci racconta come funziona. Le procedure di
rimozione sono lunghe e laboriose. Il cittadino chiama, si fa un
piano di lavoro, si mandano all'Asl dei frammenti di materiale
sospettato di contenere amianto. Dopo 40 giorni inizia la
rimozione. Bloccate le fibre con il collante a spruzzo, le
onduline vengono caricate sui camion, imballate e portate via.
"Maneggiamo tutti i giorni l'amianto eppure l'Inps non ci
inserisce tra i lavoratori a rischio. Siamo equiparati a operai
edili".
Il far west delle tariffe
Ma quanto costa rimuovere l'eternit? Il cittadino paga di suo?
Quali sono gli incentivi dello Stato? Il tariffario è un far
west su scala regionale. Il prezzo varia a seconda del tipo di
intervento, ma soprattutto del luogo, come dimostra un dossier
di Legambiente. Nel Lazio liberarsi di una copertura in eternit
di 10 metri quadrati costa 250 euro, più i costi fissi (da 500 a
1000 euro). "La gente non è informata - dice ancora Savelloni -
si aspetta di pagare un centinaio di euro per un lavoro. Ma le
spese sono alte e molti lasciano perdere. Di questo passo per
bonificare il Lazio serviranno 60 anni". La rimozione della
stessa lastra di eternit costa molto meno in Sardegna, ben
quattro discariche: in media 260 euro. Altri prezzi: 640 euro in
Abruzzo, 300 in Piemonte, 2000 in Puglia, dove il prezzo è fisso
per qualunque superficie rimossa inferiore ai 25 metri quadrati.
Non solo. Il costo finale dipende anche dagli incentivi
regionali. In Abruzzo per le rimozioni di coperture fino a 30
metri quadrati la Regione offre un contributo pari al 70%. In
Sardegna per i privati ci sono incentivi del 40% dell'importo
per un massimo di 5 mila euro. Esistono finanziamenti anche per
gli enti pubblici che rimuovono l'amianto. L'Emilia Romagna
concede una detrazione del 36% di Irpef se ristrutturi la casa
per un massimo di 48 mila euro. Nel Lazio e in Toscana, invece,
niente incentivi. È diretto Stefano Ciafani, responsabile
scientifico di Legambiente: "Questa incertezza, e la mancanza di
contributi da parte delle Regioni, sono il primo ostacolo per
una diffusa bonifica a livello locale".
"Abbiamo paura"
L'immobilismo lo puoi toccare con mano a Crescenzago, prima
periferia milanese. Le chiamano "case bianche" o "case minime".
Sono 117 appartamenti monofamiliari con giardinetto. Li hanno
costruiti negli anni '50, ci abitano 300 persone. Tutto in
eternit: tetti, condotte, coibentazioni. Lastre e onduline si
sono sgretolate negli anni, quando c'è vento le fibre di amianto
volano. Accanto alle case: un asilo, una scuola, un parco
giochi. "È dal 2000 che chiediamo al Comune, il proprietario, di
intervenire - allarga le braccia Luca Prini, consigliere di zona
- . Hanno promesso che a breve inizierà la rimozione, ma qui
ormai la gente è rassegnata". Anziani, famiglie con figli
piccoli. Ti accolgono sulla porta con l'aria di chi è stanco di
parlare a vuoto: "Abbiamo paura". Mostrano i tetti sbrecciati,
le crepe nelle onduline. I tumori sono in aumento, superiori
alla media cittadina. Per Beniamino Pianteri, associazione
ChiamaMilano, è "una vergogna milanese di cui le amministrazioni
si lavano le mani da troppo tempo".
La fabbrica dei tumori
Non saranno mai soli gli abitanti delle "case minime". Ma non è
questione di sostegno. È che sono in pessima compagnia. Nella
Lombardia dei 2,7 milioni di metri cubi di amianto sparsi in
4.228 edifici pubblici, 24 mila edifici privati e in mille siti,
c'è Broni, Oltrepo pavese. Broni uguale Fibronit uguale amianto
dagli anni '30. A 16 anni dalla chiusura, la fabbrica, 15 ettari
in mezzo al paese, è un luogo spettrale, pieno di eternit. I
capannoni abbandonati, gonfi di veleno. Trentotto decessi per
mesotelioma dal 2000 al 2006: operai, ma anche gente che abitava
intorno al mostro divenuto sito di interesse nazionale. Eppure
la bonifica non è ancora iniziata. "Colpa della burocrazia",
dice il sindaco Luigi Paroni. Si attende dalla Regione il via
libera per partire con la messa in sicurezza. Ci vogliono 25
milioni. Al momento ce ne sono solo cinque. "Vogliamo
trasformare la città dell'amianto nella città del sole": sogna
meravigliosi pannelli fotovoltaici Mario Fugazza, assessore
all'ambiente. Resti immobile sotto gli hangar dell'ex Fibronit,
all'ingresso dei capannoni privi di porte. Guardi i teloni
laceri, le profondità e gli interstizi inquinati del mostro, e
pensi che occorre molta fantasia.
Colpiti a tradimento
Broni, Casale Monferrato, Monfalcone, La Spezia, Genova, Bari,
Taranto, Bagnoli. Le città del cancro. Ognuna col suo libro
bianco. Con le sue croci. Gli ultimi li rubricano con nomi che
sembrano lame. "Esposti di seconda generazione". "Esposti
ambientali". Seconda generazione perché quelli della "prima",
nell'affondo lento ma inesorabile del mesotelioma, l'amianto o
se li è già portati via o sono in lista d'attesa. Quelli della
"seconda generazione" sono quelli che le fibre killer le hanno
respirate senza saperlo. Colpiti a tradimento. Non i marinai.
Non i ferrovieri. Non gli operai delle "fabbriche della morte".
Di questi si sapeva. E anche loro sapevano. Qualcuno, non tutti,
l'aveva messo in conto che se ne sarebbe andato così, spazzato
via da quella polvere sottilissima che si ficca nei polmoni e
dopo 20-25 anni scatena l'inferno. È un veleno 1.300 volte più
sottile di un capello. Che ancora vive nel corpo dimenticato
della Bestia.
Ma chi sono i "nuovi esposti"? Come hanno fatto ad ammalarsi?
"Stanno venendo a galla migliaia di storie che riguardano le più
disparate categorie professionali - dice Alessandro Marinaccio,
responsabile del Registro Nazionale dei mesoteliomi presso
l'Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del
lavoro - sono situazioni ancor più drammatiche perché chi si
ammala non aveva nessun tipo di consapevolezza, credevano di
aver lavorato o vissuto in un ambiente "sano"". Le nuove vittime
sono i lavoratori comuni. Gli ignari dell'esposizione
"ambientale". Non lavoravano direttamente l'amianto ma l'amianto
stava - e, in molti casi, sta ancora - lì dove si guadagnavano
da vivere. O dove vivevano e vivono. Nelle onduline, nei
capannoni, nei camini, nei cassoni per l'acqua, nelle
coibentazioni selvagge che andrebbero asportate e sepolte e
invece sono sempre lì, col grilletto premuto. Ora la Bestia
presenta il suo conto più salato. Mentre si avvicina il picco di
tumori previsto tra il 2015 e il 2020 (il periodo di latenza del
mesotelioma arriva fino a 40 anni), vengono al pettine le nuove
storie. "Le donne che lavavano le tute dei mariti operai. Quelle
che cucivano i sacchi di juta dove veniva trasportato l'amianto
- ragiona Vittorio Agnoletto, medico del lavoro ed ex
parlamentare - o a chi ha respirato le fibre perché aveva
l'amianto sotto casa. Chi li risarcisce questi ammalati? Ci sono
50 milioni destinati alle vittime (30 governo Prodi 2008, altri
20 governo Berlusconi 2009) ma finora non sono stati
utilizzati".
Il decreto mancante
Com'è possibile che le famiglie vedano morire i loro
malati e lo Stato non intervenga? "Sembra assurdo ma il problema
è che manca il decreto attuativo. E in assenza del decreto, il
fondo non esiste". L'asbesto può falciarti anche se lavoravi in
uno zuccherificio, in un'industria del vetro, in una ditta
orafa. Anche se facevi l'ascensorista, l'enologo o se pulivi i
tetti dei capannoni. Come il padre di Lorena Tacco, Paderno
Dugnano. Si chiamava Vladimiro. "Era custode di un'azienda.
L'appartamento che gli hanno dato aveva le finestre affacciate
su un tetto di eternit. Per 30 anni ha pulito quel tetto.
Toglieva gli aghi di pino che si incastravano tra le canaline di
scolo. A 75 anni ha scoperto di avere il tumore". Prima di
chiudere gli occhi, con l'ultimo soffio di voce, Vladimiro Tacco
ha detto alle figlie: "Raccontate a tutti la mia storia. Non
deve capitare ad altri quello che è capitato a me".
Alla sbarra
Questo è l'amianto. Molto è già tragica letteratura.
Gli stabilimenti Eternit, Fibronit e Fincantieri con le loro
spoon river. I polmoni spappolati dei 600 militari della Marina
(processo a Padova, 8 ammiragli alla sbarra). I 210 mila
ferrovieri in attività nel '91 (l'anno oltre il quale per
l'Inail il rischio amianto è scomparso) e che ora fanno gli
scongiuri perché tra loro la media del mesotelioma è 6 volte
tanto quella della popolazione. Negli anni '70 vagoni e
locomotori, come le navi militari, si imbottivano di amianto.
"Il piano di de-coibentazione iniziato nel '95 ha riguardato 11
mila carrozze. Ne rimangono 400 con dei residui, buttate in
qualche deposito", ricorda Beniamino Didda, oggi procuratore
generale a Firenze, uno che da quasi 30 anni istruisce processi
sull'amianto, dai treni ai cantieri navali.
Il tumore pleurico è un incubo per i marinai che navigavano o
lavoravano sulle turbonavi costruite prima degli anni '90. Dice
Alessio Anselmi, presidente del Cocer Marina militare:
"L'amianto è ancora presente solo su una classe di fregate, il
15% della flotta, e in alcune strutture della Marina. Per
rimuoverlo occorrono 10 milioni di euro". Ovunque la stessa
storia.
